Il secondo romanzo a fumetti di Sime:

STRIA

 

STRIA, di Sime (Gigi Simeoni) Sergio Bonelli Editore

“Stria” è un romanzo horror. Oppure no: è un thriller psicologico. O è un poliziesco …
O è tutte e tre le cose insieme, perché c’è la possibilità di scegliere a quale genere affidare la propria mano per inoltrarsi nella lettura. Sarà un horror per chi vorrà sospendere la propria incredulità e lasciarsi condurre poco alla volta in un mondo di fantasmi. Ma sarà anche un viaggio nei meandri della psiche umana, generatrice di mostri, o un’indagine giudiziaria condotta nell’arco di trent’anni, per chi invece preferisce dare una lettura più realistica alla vicenda.

La vera sfida è infatti quella di provare a tracciare un confine tra realtà e fantasia, fuse insieme in un continuo rincorrersi di eventi e sensazioni. Come nel gioco dei bambini, dove un bastone diventa un cavallo e una grotta nel bosco è la dimora di una strega. Anche stavolta, come ne “Gli occhi e il buio”, il tema centrale è il mistero insondabile dell’animo umano, con i mostri inafferrabili che si nascondono tra le pieghe della mente, come l’ombra di una strega che scivola tra i tronchi neri di un bosco.
L’idea di “Stria” è nata poco alla volta, nel corso degli ultimi tre anni. Non sono stato io a scegliere la “location”, ma è lei che mi è venuta incontro: è il posto dove ogni agosto trascorro le ferie con la mia famiglia, una località dell’alta Valle Trompia chiamata Marmentino: un angolo di natura ancora selvatica e pulita, conservata da una comunità tranquilla e gelosa delle sue antiche tradizioni. La Valle Trompia è una coperta di boschi profumati e campi erbosi, foraggio per le mandrie, stesa da millenni sulla sua fortuna economica più grande: i giacimenti di ferro e manganese che hanno permesso il fiorire dell’industria delle armi, famosa in tutto il mondo. Le masse di terra e roccia che compongono le montagne intorno erano, nella più remota preistoria, un fondo marino. E ancora oggi conservano piccoli tesori fossili, che affiorano qui e là tra i sassi.

Passo felicemente le mie ferie a Marmentino dal 1974. Ho vissuto lì le mie estati da bambino, poi da adolescente e infine da padre, a mia volta, di bambini e adolescenti. L’occasione per poter omaggiare la tenerezza, la severità e gli antichissimi misteri di queste montagne mi è sembrata perfetta: un racconto che abbracciasse in una sola volta il folklore tradizionale e il gioco infantile, la fiaba e il buio del bosco, il desiderio di crescere e la perdita dell’innocenza.


A sinistra: la "Corna della Stria", in Valle Trompia. Secondo la leggenda, è la dimora dell'ultima strega di Marmentino.
A destra e sotto: Ombriano, una delle tre frazioni di Marmentino. La tranquillità fatta paese ...


C’è una lunghissima tradizione di racconti sulle streghe, fiabe oscure che hanno spaventato generazioni di bambini marmentinesi, e che affondano le loro radici nella notte dei tempi. Pare, da studi approfonditi, che in alcuni casi si rifacciano addirittura ai miti celtici e a certe figure della tradizione greca, come Pan, caratterizzato dalle zampe caprine (da qui, probabilmente, il ritorno di questa peculiarità nelle Streghe, spesso raffigurate con gambe di capra). L’aleggiare di leggende su fantasmi, mostri, folletti nelle miniere della Valle Trompia ha origini remote: già gli antichi romani ci trascinavano i prigionieri di guerra, costringendoli a lavorare nelle profondità delle gallerie, dove tra lo sfinimento del lavoro, la scarsità di ossigeno e il pericolo delle esalazioni venefiche fiorivano dicerie su presunte creature delle miniere, come lo gnomo chiamato
“L’Om de la lom” ( l’uomo della lampada ). Nelle antiche civiltà agricole o minerarie, dove il lavoro e la vita stessa presentavano dei pericoli naturali che conducevano ad esiti spiacevoli e, spesso, letali, si formava con facilità il terreno ideale per il germogliare di leggende che assegnavano ad entità soprannaturali la colpa delle disgrazie. Questi miti, filtrati attraverso gli strati generazionali, abbelliti dal gusto personale e pian piano modificati e trasformati dagli aggiustamenti più opportuni, diventavano il repertorio di ogni abile narratore. E così facevano i nonni, per tenere buoni i nipotini, quando prima di andare a dormire tutta la famiglia si raccoglieva nella stalla per ascoltare le fiabe nell’alone ballerino di un lume a olio. Era la televisione di allora, e c’erano i “programmi” preferiti: Nonno, mi racconti la storia dell’ultima Strega di Marmentino? No, io voglio quella della Strega Ballerina!
La strega. La stria, come si dice nel dialetto locale.

Quasi sempre, le fiabe hanno una fondatezza storica, più o meno marcata.
Cercando nella biblioteca di Marmentino e in Internet, ho trovato alcuni testi molto interessanti che confermano la realtà storica della cosiddetta “Caccia alle streghe” anche nel territorio bresciano, per quanto quest’area geografica fosse stata solo sfiorata dal fenomeno rispetto a quanto avveniva in altrove.
Ed è infatti in queste valli, tra i paesi di Pisogne ed Edolo, che nel 1560 furono massacrate oltre sessanta persone. Bruciate vive, in seguito alle accuse di stregoneria. Le ricerche degli studiosi hanno concentrato l’attenzione su alcuni presunti luoghi “preferiti” dalle streghe per i loro ritrovi e i loro sabba, tra i quali spicca il Monte Tonale e un non meglio identificato “bosco” nei pressi di Gardone Val Trompia (poco distante da Marmentino). Erano i posti dove celebravano i loro riti satanici, nei giorni delle quattro tempora dell’anno, in compagnia del Diavolo (che si univa alle sue adepte palesandosi sotto forma di caprone).
E c’era un’altura dalla quale si poteva osservare l’intera valle, denominato Castello della Pena, che i marmentinesi indicavano con timore come il luogo preferito da una terribile “stria”, che lo avrebbe eletto a sua dimora. Un altro nome del picco roccioso è infatti “Corna della Stria”, e ancora oggi è possibile arrampicarsi lassù per sporgersi su una fonda caverna, una spaccatura nella roccia, dove la tradizione dice dimori il fantasma della Stria e che, in tempi antichi, serviva ai carcerieri delle colonie penali romane ( Le Carceri Mamertine, da cui il nome Marmentino ) per gettarvi i condannati a morte.

La caratteristica delle strie locali era quella di non volare, a differenza dell’immagine più tipica della strega, ma erano in grado di fare dei balzi lunghissimi, in grado di far loro scavalcare un monte intero.
Erano inoltre in grado di trasformarsi a piacere in vecchie mendicanti o giovani e bellissime ragazze per mescolarsi alla gente comune e ordire le loro oscure trame.

Ma cosa doveva accadere perché una donna venisse indicata come una strega? La capacità di disporre di poteri speciali era considerata cosa normale: nelle comunità arcaiche e contadine era consueto che vi fosse una persona, spesso una donna, in grado di guarire da malattie o di liberare il corpo dalle presenze maligne con la celebrazione di veri e propri esorcismi. E finché essa operava in nome della Madonna e dei Santi, andava tutto bene.
I guai iniziavano quando, per un fraintendimento, per gelosia o invidia, qualcuno iniziava a diffondere il sospetto che la guaritrice non servisse Dio, ma il suo nemico più potente. E per la poveretta, a quel punto, non c’erano più speranze: il rogo la attendeva, al culmine di una serie infinita di torture atroci.

Ho cercato comunque di mantenere, parlando dell’origine della Stria, una dimensione di favola che si affidasse più al folklore che non alla trasposizione analitica di ogni aspetto storico. Le tavole che raffigurano la leggenda, infatti, sono genericamente collocabili in un passato remoto non troppo definito né definibile. Questo, per un semplice motivo: ritenevo più importante puntare sull’effetto che la favola ha su chi la ascolta, e i dettagli avrebbero distolto l’attenzione da questo aspetto.
C’è poi un altro tema trattato in più momenti, che riguarda anche l’origine delle maldicenze che anticamente davano origine al fenomeno della stregoneria: quello dell’emarginazione del “diverso”.
Con Alfredo, lo strano bambino protagonista della vicenda, e soprattutto con Pierino, il matto del paese, ho voluto sottolineare come a tutt’oggi si tenda a far convogliare i sospetti verso le persone socialmente più deboli. E’ un male di cui soffrono tutte le società, più o meno progredite, e disperse in ogni angolo del mondo. Non le chiamiamo più “streghe”, insomma, ma la caccia è sempre aperta.

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